Amici miei

Amici miei

Amici miei (1975) commedia diretta da Mario Monicelli

Amici miei (1975) commedia diretta da Mario MonicelliAmici miei racconta le zingarate e gli scherzi organizzate da un gruppo di amici di mezza età composto da: Raffaello Mascetti (Ugo Tognazzi), Rambaldo Melandri (Gastone Moschin), Giorgio Perozzi (Philippe Noiret), Guido Necchi (Duilio Del Prete), professor Alfeo Sassaroli (Adolfo Celi). I loro scherzi vengono organizzate ai danni di amici conoscenti e ignari cittadini. Il motivo è quello di non prendersi sul serio e di tenere lontana la vecchiaia e la morte che però farà la sua comparsa portandosi via uno del gruppo.

Amici miei è un film italiano del 1975 diretto da Mario Monicelli. Scritto da Pietro Germi, che però non fece in tempo a realizzarlo a causa del sopraggiungere della malattia che lo condusse alla morte nel 1974. Nei titoli di testa del film, infatti, si è voluto rendere omaggio all’autore con la scritta «un film di Pietro Germi», cui segue solo successivamente «regia di Mario Monicelli». Vinse due David di Donatello ed ebbe due seguiti Amici miei – Atto II e Amici miei – Atto III.

Amici miei presenta alcune scene indimenticabili che sono rimaste nell’immaginario collettivo, come quella in cui i cinque amici prendono a schiaffoni i passeggeri affacciati ai finestrini dei treni fermi alla stazione. Scena che infatti è stata omaggiata da Paolo Villaggio nel film Fantozzi alla riscossa, con la sola differenza che il treno è in arrivo e non in partenza: per questo Fantozzi verrà poi malmenato dai passeggeri infuriati, e nel cinepanettone A spasso nel tempo.

Amici miei  ha inoltre dato origine alla parola supercazzola, un termine tutt’ora comunemente usato nella ligua italiana per indicare un giro di parole privo di alcun senso, fatto allo scopo di confondere le idee al proprio interlocutore.

Pare che i personaggi e fatti raccontati in Amici miei non fossero esclusivamente frutto della fantasia di Pietro Germi che aveva scritto la sceneggiatura, perchè sia il conte Mascetti, nobile fiorentino decaduto, che l’architetto Melandri, inguaribile romantico, sembrano essere legati a persone realmente esistite. Gastone Moschin ad esempio raccontò che il suo ruolo si ispirava ad un architetto fiorentino perdutamente innamorato della moglie di un noto avvocato, nel film trasformato nel chirurgo Sassaroli. E non è finita qui, perchè secondo la leggenda, sembra che l’architetto sia andato a chiedere la mano della donna al marito cornuto.

Neppure la supercazzola è un’invenzione del film perchè come raccontato dallo stesso Mario Monicelli in un’intervista al Corriere fiorentino:«C’era un certo Raffaello Pacini, ad esempio, il conte Mascetti del film, che era bravissimo nella ‘‘supercazzola”: era capace di fermare chiunque in strada e tenerlo anche per un quarto d’ora, pronunciando, una dopo l’altra, frasi senza senso».

Rimanendo in tema Conte Mascetti pare che quella parte dovesse spettare a Marcello Mastroianni, mentre Ugo Tognazzi avrebbe dovuto vestire i panni del Perozzi. Mastroianni però decise di rifiutare l’ingaggio, preoccupato che la sua interpretazione venisse offuscata dagli altri attori. Il ruolo venne così assegnato a Tognazzi, mentre per la parte del giornalista venne ingaggiato Philippe Noiret.

Per quanto riguarda il personaggio del barista Necchi, pare che Germi avesse già indicato Duilio Del Prete e Monicelli decise di rispettare le sue volontà. Sembra però che il regista avesse già in mente il nome di Renzo Montagnani, che infatti sostituirà Del Prete nel secondo e nel terzo atto della trilogia.

Pare che il titolo Amici miei sia l’inizio della frase con cui Pietro Germi si accomiatò dal mondo del cinema andando a morire in privato: «Amici miei, ci vedremo, io me ne vado…». Si tratta di una delle ultime commedie all’italiana, feroce amara e cinica, un film divertentissimi ma la tempo stesso malinconico, assolutamente da vedere.

Paese di produzione: Italia
Anno: 1975
Durata: 140 min
Genere: commedia
Regia: Mario Monicelli
Soggetto: Pietro Germi, Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Tullio Pinelli
Sceneggiatura: Pietro Germi, Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Tullio Pinelli
Produttore: Carlo Nebiolo
Fotografia: Luigi Kuveiller
Montaggio: Ruggero Mastroianni
Musiche: Carlo Rustichelli
Scenografia: Lorenzo Baraldi
Costumi: Giuditta Mafai
Trucco: Franco Di Girolamo

Attori e personaggi

Ugo Tognazzi: Raffaello Mascetti
Gastone Moschin: Rambaldo Melandri
Philippe Noiret: Giorgio Perozzi
Duilio Del Prete: Guido Necchi
Adolfo Celi: professor Alfeo Sassaroli
Bernard Blier: Nicolò Righi
Marisa Traversi: Bruna, l’amante di Perozzi
Milena Vukotic: Alice Mascetti
Franca Tamantini: Carmen Necchi
Olga Karlatos: Donatella Sassaroli
Silvia Dionisio: Titti Ambrosio
Ulla Johanssen: Amante di Titti
Angela Goodwin: Laura Perozzi
Maurizio Scattorin: Luciano Perozzi
Giorgio Iovine: colonnello Ambrosio, padre Titti
Mauro Vestri: il neurologo
Mario Scarpetta: vigile urbano

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«Amici miei, ci vedremo, io me ne vado…»

A quest’ora il Perozzi finisce il suo lavoro di capo cronista, ed esce dal giornale per andare a casa. Ah, il Perozzi sono io. Son talmente abituato a sentirmi chiamare “Il Perozzi” dai colleghi, e soprattutto dagli amici, che quasi ho dimenticato che mi chiamo anche Giorgio. (Il Perozzi); Quando penso alla carne della mia carne, chissà perché, divento subito vegetariano. (Il Perozzi); Eccoci qua, come tante altre volte, insieme tutt’e quattro. C’è anche un quinto, il Sassaroli, che passeremo a prendere a Pescia, ma quello è un caso a parte. I quattro vecchi del gruppo siamo noi. Amici di scuola, di caserma, e dunque amici da tutta la vita. Eccoli qui, gli amici miei. Cari amici… (Il Perozzi); Ecco, questo è essere zingari. Questa è la zingarata: una partenza senza meta e senza scòpi, un’evasione senza programmi che può durare un giorno, due o una settimana. Una volta, mi ricordo, durò venti giorni, salvo complicazioni. (Il Perozzi); Ma che parti sempre, te! (Il Perozzi);
Io restai a chiedermi se l’imbecille ero io, che la vita la pigliavo tutta come un gioco, o se invece era lui che la pigliava come una condanna ai lavori forzati; o se lo eravamo tutti e due. (Il Perozzi); […] come chi sono io? Lei ha il tratto ed i modi della persona colta, signora… Si ricorderà sicuramente di Omero e dell’Odissea… Signora, il mio nome è… Nessuno! (Il Perozzi); Che cos’è il genio? È fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione. (Il Perozzi); Il bello della zingarata è proprio questo: la libertà, l’estro, il desiderio… come l’amore. Nasce quando nasce e quando non c’è più è inutile insistere. Non c’è più! (Il Perozzi); Ho già sulle spalle un bel fardello di cose passate. E quelle future? Che sia per questo, per non sentire il peso di tutto questo che continuo a non prender nulla sul serio? Oppure, che abbia ragione mio figlio? (Il Perozzi); E se una donna va dallo psicanalista, vuol dire che gli manca qualcosa, nella vita. E cosa manca a una donna nella vita novantanove volte su cento? (Il Perozzi); Se l’era benzina si arrivava a Copenaghen. (Il Perozzi); Descrivimi minuziosamente come sono fatti i tuoi capezzoli! (Il Conte Mascetti); Sorella? Col tarapio tapioca come se fosse antani la barella anche per due, con lo scappellamento a sinistra? No, eh? Pazienza… (Il Conte Mascetti); Antani, blinda la supercazzola prematurata con doppio scappellamento a destra? (Il Conte Mascetti); Tarapia tapioco come se fosse antani con la supercazzola prematurata, con lo scappellamento a destra. (Il Conte Mascetti); Cippa Lippa! (Il Conte Mascetti); Accidenti, un’altra merda! Ma chi l’ha scelto questo posto? (Il Conte Mascetti); Ma poi, è proprio obbligatorio essere qualcuno? (Il Conte Mascetti); Ho visto la Madonna, ho visto la Madonna! (Il Melandri); Ragazzi, come si sta bene tra noi, tra uomini! Ma perché non siamo nati tutti finocchi? (Il Melandri); Culo alto, ci fo un salto. (Il Conte Mascetti); Anch’io ho sofferto, ho sofferto come un cane: per quasi tre quarti d’ora. (Il Sassaroli); Piove ragazzi piove, piedipiatti in borghese. (Il Necchi); Poi io ho già troppe colpe, verso quella povera disgraziata. Ci mancherebbe altro che rifacesse quel gesto. No, no. Non mi ci far nemmeno pensare perché guarda, non potrei sopportare. Sarei capace di uccidermi pure io. Perché vedi, tu sei giovane, e hai diritto ad essere incosciente, ma io no, no. Capisci? Si lo so, mi sto rovinando. Io non posso permettermi di ipotecare il tuo avvenire, non me lo perdonerei mai. Poi, poi tu a un certo momento potresti anche dirmi che tutte queste belle cose le sapevamo sin da prima… che magari questo è soltanto un pretesto per liberarmi di te, dopo che ho saputo… di quel tuo difettino. Poi difettino fino a che punto non lo so. No, no. La verità è un’altra. Bisogna saper guardare in faccia alla realtà. È stato un sogno, un sogno molto bello e basta. Tu hai diciott’anni, io ne ho cinquantadue, non è per quei trentaquattranni di differenza che poi sarebbero il meno. È che il nostro amore non può avere nessun avvenire. Coraggio. Eh, è meglio che ci togliamo il coltello dalla piaga… e non ci pensiamo più. Mah si è l’unica… …addio Titti. (Il Conte Mascetti)

Luca Miglietta